coronavirus perché è un'emergenza da non sottovalutare

CoViD19, per tutti CoronaVirus: perché è un’emergenza (ma non tutti se ne preoccupano)

Il CoronaVirus continua a diffondersi nel mondo e l’Italia sta affrontando questo momento tra disposizioni cautelative e sentimenti oscillanti della popolazione. Tra eccessi di allarmismo e forti esempi di scetticismo e mancanza di rispetto delle norme straordinarie a cui siamo chiamati, comprendere il perché questa sia un’emergenza e quanto sia importante seguire le restrizioni comportamentali e igieniche richieste è fondamentale. In medias web ospita il contributo di Giulia Montagnari, Tirocinante nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico di Tor Vergata di Roma, che ci riassume le informazioni di base per orientarci in questa situazione in cui è fondamentale mantenere la lucidità.. e la distanza di sicurezza.

Prima dell’avvento dei vaccini, degli antibiotici, degli antivirali e, in generale, di farmaci e presidi medici, le epidemie erano eventi molto frequenti.
Oggi, grazie al progresso scientifico, è molto più raro che si verifichino situazioni come quella che stiamo vivendo e ciò ha portato le persone ad avere una percezione distorta e ovattata della realtà. Tuttavia, è fondamentale prendere coscienza di ciò che sta accadendo e, soprattutto, del ruolo che ognuno ha (o può avere) in questo delicato momento.

Raccomandazioni cautelari per contenere il contagio da CoronaVirus

Perché è importante attenersi alle disposizioni ministeriali per evitare il diffondersi del CoronaVirus?

Per quanto possa risultare difficile evitare di uscire di casa, se non strettamente necessario, questo è il modo migliore per evitare di sottoporre e se stessi e gli altri a rischi inutili.

SARS-CoV2, virus causa della CoViD2019, ha un tasso di contagio del 1:2. Questo significa che ogni persona può infettarne due, poi quattro, quindi otto e così via. Si trasmette per contatto interumano tramite le goccioline di saliva, pertanto è giusto osservare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno 1-2 m.

Anche le persone asintomatiche possono trasmettere il CoronaVirus, quindi non avere nessun sintomo non esclude a priori la possibilità di veicolare il microrganismo ad altri. Inoltre, le mascherine non sono una soluzione universale: siamo in carenza e vanno conservate per chi ne ha davvero bisogno, come personale sanitario, anziani, immunocompromessi.

Chi rischia e cosa rischia con il CoronaVirus?

Dai dati emersi, sappiamo le persone più colpite dal CoronaVirus sono anziani, pazienti con molteplici comorbidità (patologie cardiovascolari, renali, polmonari, metaboliche come il diabete), immunocompromessi (pazienti con deficit immunitari, come i trapiantati) e che i sintomi più gravi si manifestano con crisi respiratorie che necessitano di assistenza continua, fino ad arrivare alla necessità di intubazione.

Posti letto, macchinari e personale sanitario non sono risorse infinite. È per questo che i reparti di terapia intensiva di tutta Italia non smettono di lanciare i loro appelli: ogni paziente necessita di medici, infermieri, strumentazioni, esami.

I posti letto e il personale sanitario non sono risorse infinite e questo può generare grandi difficoltà organizzative. Anche chi necessita di essere operato d’urgenza per altri motivi rischia di non poter ricevere le cure di cui ha bisogno.

Un’età sotto i 40 anni e un buono stato di salute non sono validi criteri per sentirsi esonerati dall’osservare le disposizioni ministeriali, nessuno a priori è immune al Coronavirus. Inoltre, chiunque si comporta in maniera irresponsabile potrebbe essere causa di morte per qualcun altro. Non è un’esagerazione, si può essere vettore di malattia per persone fragili, come gli anziani, fascia di età maggiormente colpita dalle complicanze della CoViD19 e soggetta ad alto tasso di mortalità (che si ricorda, essere intorno al 3,8-4%, contro lo 0,1% dell’influenza stagionale).
Gli ignari nipoti, per esempio, potrebbero essere veicolo di contagio per i nonni.

Il tasso di mortalità del CoronaVirus è del 3,8-4% contro lo 0,1% dell’influenza stagionale. Nessuno a priori è immune. Chiunque può essere portatore del virus e mettere a grave rischio persone dalla condizione clinica più fragile. Le nostre strutture sanitarie non sono pronte a fronteggiare questa emergenza. Il personale sanitario è allo stremo, gli ospedali sono al collasso.

Cosa si può fare per contribuire a tornare alla “normalità”?

Ad oggi, non abbiamo né terapie specifiche, né vaccini che possano aiutare contro il SARS-CoV2. Numerose sperimentazioni sono state avviate, ma gli auspici migliori parlano di possibili risultati non prima del primo semestre del 2021 – diffidate di chi promette un vaccino entro pochi mesi. I vaccini sono farmaci e come tali necessitano di lunghe sperimentazioni a più fasi, prima di essere messi in commercio. E anche se altre nazioni dovessero produrlo prima, comunque dovrebbe essere approvato dall’EMA e dall’AIFA prima di arrivare in Italia.
A questo proposito vi invito a visitare i siti ufficiali di queste istituzioni per saperne di più su tutti i passaggi necessari all’approvazione di un farmaco).

Cosa ci resta da fare, dunque?

Smettere di essere superficiali, cominciando a comportarci come persone responsabili. Per recuperare tutte le uscite perse, gli incontri mancati, i ritrovi perduti ci saranno tante occasioni in futuro. Ma per arrivarci, dobbiamo prima fermare l’epidemia, sulla quale ancora non abbiamo dati certi per sapere con certezza quando finirà.
Ognuno può e deve fare la sua parte. Mettiamo da parte l’egoismo che, come è noto, non porta mai nulla di buono.

Giulia Montagnari può essere riassunta in tre passioni che coltiva fin da piccola: scribacchiare fantasiose storie che leggeva al fratello e ai cugini più piccoli, pasticciare acqua e farina con la nonna la domenica mattina e girovagare per casa munita di valigetta da medico in versione giocattolo. Oggi continua a scribacchiare con la speranza di concludere prima o poi un romanzo, cucina dolci di tutti i tipi per amici e parenti e sta svolgendo il tirocinio per la tesi di laurea nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico di Tor Vergata di Roma. 

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