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Quella peste di Boccaccio

Il lockdown continua in compagnia di Giovanni Boccaccio. Chissà come l’avrà presa, l’autore del “Decameron”!

Ci sarà abbastanza vino?

-Non possiamo invitare nessuno?-.

-No. È proibito andare da una casa all’altra-.

-Ma neanche qualcuno qui sopra?-

-No, è rischioso per loro e anche per noi… per me, almeno. Non ho idea se tu sia immune o meno al coronavirus-.

-Sei consapevole che in questo modo stai salvando i corpi, ma uccidendo il nostro spirito?-.

-Se vuoi, ho del vino-.

Mi guarda. I suoi occhi si illuminano.

-Quanto vino?-.

-Abbastanza per una situazione del genere-.

-Non è mai abbastanza in una situazione del genere- dice solennemente. -Portalo qui-.

Un autore curioso…

Sono passati cinque giorni da quando Boccaccio è comparso nello SfogliaCaffè. Ogni mattina mi aspetto di svegliarmi e di non trovarlo più, invece è sempre in qualche parte della casa o del bar a curiosare. È tutto molto strano: nessuno è mai rimasto così tanto a lungo. Potrei dire che sono contenta perché finalmente ho compagnia (e che compagnia!) e la maggior parte delle volte è così.

Non posso negare, però, che è anche un po’ stancante. È come se avessi dietro un bambino molto curioso che ha me come unico punto di riferimento -o meglio, di informazione. Boccaccio è affascinato dalla modernità. Guarda tutto ciò che lo circonda con meraviglia e stupore, ma non si limita a questo. Ogni cosa che scopre è oggetto di una lunga serie di domande e poi, ovviamente, si passa al lato pratico: deve provare.

Adora film e serie tv e passa molto tempo sul divano davanti a Netflix. La prima volta che l’ha provato (dopo quasi due ore passate a indagare su che cosa fossa e come funzionasse), mi ha fatto una richiesta alquanto singolare.

-C’è qualcosa in greco? Mi piacerebbe tanto ascoltare i suoni di quella lingua-.

Non ha voluto credermi quando gli ho detto che il greco moderno non è quello che ricorda lui. Quindi, ho passato quasi trenta minuti a cercare un film greco per farlo contento. A dieci minuti dall’inizio, ha capito che avevo ragione, ma si è limitato a interromperlo dicendomi che non gradiva la storia. Da quel momento, si è fatto andare bene l’italiano.

Un’altra giornata è stata dedicata all’esplorazione di Internet e del Web. Ha passato non so quante ore sui motori di ricerca a studiare la storia degli ultimi 6 secoli. Poi, è stata la volta dei social. Ha trovato molto interessante YouTube e le figure degli youtubers. Mi ha fatto molte domande su come si registra un video, come si carica, come si rende visibile a più persone possibile e tante altre cose. Qualche ora dopo, l’ho beccato nascosto in bagno mentre cercava di registrare un video con il mio cellulare in cui spiegava la Commedia di Dante. Sarebbe stato anche interessante se non avesse inquadrato il muro con il bidet invece della sua faccia.

… e mondano!

Fin qui, niente di troppo grave da sopportare, anzi. Il grande problema della nostra convivenza improvvisata è la socialità. Boccaccio è un tipo festaiolo. Non lo puoi chiudere in un monolocale o in un bar con una sola persona per tutto il giorno. Credo che non gli dispiaccia la mia compagnia e che sia abbastanza appagato dalle nostre conversazioni sul mondo di oggi, sulla letteratura, sulla filosofia… però, dopo le sei di pomeriggio, vorrebbe che io organizzassi una festa.

La sera del suo arrivo, dopo che gli ho raccontato di come è nata la stampa, mi ha chiesto:

-Cosa si fa da queste parti per divertirsi?-.

Sono rimasta alquanto interdetta.

-Credo che dipenda da che tipo di persona sei. C’è chi si diverte a leggere, chi a suonare, chi a disegnare e chi ama uscire per l’aperitivo o andare in discoteca-.

-Cos’è una discoteca?-.

-Un luogo in cui c’è la musica alta e si balla in maniera poco o nulla coordinata per divertirsi. Si beve, si fanno incontri, si sta in compagnia…-.

-Sublime! Possiamo andare?-.

Non ho reagito alla parola “sublime”. Ho reagito a quanto ormai io non mi meravigli più di nulla.

-Sono chiuse per la pandemia-.

-Possiamo ricreare qui una discoteca?-.

-Non possiamo fare assembramenti-.

-Neanche con persone sane? Invitiamo persone che non hanno la Covid-.

-Non è possibile. Non sempre la malattia dà dei sintomi visibili. Alcuni che lo hanno sono asintomatici, è questo il grande problema. Quando scopri di averlo è ormai troppo tardi: hai già infettato un sacco di gente-.

-Ah-.

Mi sembrava avesse capito, ma ogni sera ci prova, proprio come un bambino che cerca di convincere la mamma e ottenere il permesso desiderato. E io non ho potuto fare altro che dargli il biberon pieno di vino. Che ha funzionato, eh. Anche su di me.

Chi avrebbe mai immaginato di ubriacarsi con Giovanni Boccaccio nel mezzo di una pandemia mondiale!

Anno che vai, pandemia che trovi

È così che siamo finiti sdraiati in maniera scomposta sui divanetti dello SfogliaCaffè a contemplare il soffitto e a biasciare parole inutilmente. Ad un certo punto, Boccaccio esclama con tono risentito:

-Non è cambiato poi così tanto il mondo. C’era una pandemia nel 1348. C’è una pandemia oggi-.

-Be’, un po’ di cose sono cambiate. Io non avrei mai potuto avere un locale ai tempi tuoi. Senza contare che il coronavirus non è proprio uguale alla peste nera, grazie al cielo-.

-Sì, ma ovunque vado c’è terrore-.

Ci penso su un attimo.

-In effetti, non deve essere per nulla facile. Io già non sopporto una pandemia… pensa a viverne due. Mi dispiace molto, Giovanni-.

-Ho già visto tutto questo. Le strade deserte che raccontano l’assenza di vita che dilaga all’interno delle case. Persone lasciate a morire da sole perché non ci sono abbastanza medici per curarle. La paura dell’altro e del contagio che ti porta a non aiutare nessuno, se non quelli più vicini a te… e alle volte neanche quelli. Animali abbandonati a loro stessi e che muoiono a causa dello stesso morbo che toglieva la vita agli esseri umani. La paura che da un momento all’altro possano manifestarsi i primi sintomi. Quegli orrendi rigonfiamenti sotto le ascelle o sull’inguine che poi si propagano per tutto il corpo. La vergogna e la paura di essere additati come untori. Chi si impoverisce, chi è sopraffatto dallo sconforto… è veramente tutto molto triste-.

Inizia a singhiozzare. È tutta colpa del vino, ne sono certa. Tuttavia, non riesco a fare a meno di provare una grande pietà e di avere i brividi durante il suo racconto. Credo a tutto ciò che dice perché è ciò che ha descritto anche nelle prime pagine del Decameron. Ascoltare la viva testimonianza di un’epidemia terribile come la peste in piena pandemia, mi terrorizza. Vorrei tanto piangere anche io.

-Sai… mi spaventa questa ciclicità. Questi eventi che si ripetono a distanza di tempo. Perché è vero che se c’è una cosa che l’alternanza insegna è che c’è sempre una via d’uscita e che le cose prima o poi devono passare. Ciò che mi tormenta è la domanda “Quanto tempo ci vorrà?”. Sai, quando studiamo la peste che hai vissuto diciamo “dal 1347 al 1353”, ma non ci rendiamo veramente conto di cosa è successo in quegli anni. Sembra poco per noi che studiamo gli avvenimenti non vivendoli in prima persona. Ora, invece… è tutto così incredibile e così irreale… Mi ritrovo a pensare: “Tra un anno finirà tutto” e poi penso subito “Sì, ma bisogna arrivarci all’anno prossimo”… cavolo! Quanto è deprimente questa cosa-.

Troppo vino. Non devo ubriacarmi per essere triste. Questa doveva essere un’occasione per divertirsi non per deprimersi.

-È veramente tutto molto triste. E se fossi io maledetto? Magari sono condannato a vivere in eterno in un mondo che muore-.

Devo pensare a qualcosa di felice. Qui tocca aggrapparsi a qualcosa di positivo, altrimenti ne va della nostra salute mentale. Ma posso mai controllare il mio stato di ebrezza? Cerco di mettermi seduta anche se mi costa una gran fatica. Quando sono più dritta, mi guardo intorno e cerco ispirazione. Vedo solo libri. E divani. E altri alcolici. E oggetti sui libri. Qualcosa mi può tornare utile? Ma certo!

-Il Decameron, Giovanni!- urlo.

Boccaccio rimane interdetto.

-Che ha fatto il Decameron?-.

-Poteva nascere solo così. È… è… la nostra resistenza! E guarda dove è arrivata!-.

-Nello SfogliaCaffè-.

-Esatto! Più di 600 anni dopo! Ha vissuto molto più della peste! E poi ci hai insegnato una cosa importantissima!-.

-Ovvero?-.

-Che quando le cose si mettono male, è sempre meglio andarsene a fanculo da qualche parte-.

Troppo, troppo, troppo vino. Decisamente troppo vino. Boccaccio è rimasto in silenzio per qualche secondo. Poi ha sorriso.

-Quindi non ti resta che fare la stessa cosa anche tu- mi dice improvvisamente.

Giovanni Boccaccio mi sta mandando a fanculo?

-Giova’, non posso uscire…- gli rispondo esasperata.

-No! Non mi riferivo al fatto di andare via. Secondo me dovresti scrivere anche tu qualcosa che duri molto più del coronavirus. Un nuovo Decameron, insomma-.

Il problema dell’originalità

Rimango un bel po’ in silenzio, poi scoppio a ridere.

-Eh, bella idea… peccato che sarebbe chiaramente un plagio-.

-Fai una cosa diversa… Perché non racconti di una storia d’amore ostacolata da una terza persona? Poi fai che si ammalano entrambi di Covid e finiscono in ospedale, ma grazie alla loro fede in Dio, tutto si sistema…-.

-Già fatto-.

-Come già fatto? Il Covid esiste da tre mesi!-.

-Non con il Covid, infatti. Con la peste. Si chiama Promessi Sposi, scritto da Alessandro Manzoni. È il romanzo più importante della lingua italiana-.

-Ma come?-.

-… dopo il tuo, ovviamente!-.

In realtà non è vero, ma non posso sostenere una discussione letteraria in questo stato.

-Tra l’altro, lo odiano tutti!- rincaro.

-Allora… potresti ambientare il romanzo in un’unica giornata e avere un personaggio che va girando per la città e tutto ciò che vede lo fa riflettere sulla vita e sulla sua condizione esistenziale…-

Ulisse di James Joyce-.

-Il personaggio di Omero?-.

-Una trasposizione moderna, diciamo…-.

Boccaccio non si perde d’animo, ci pensa un po’ e poi suggerisce:

-Perché non crei un romanzo su una realtà alternativa? Uno in cui il Covid viene usato dallo stato per rendere tutti sudditi invece di cittadini. Un modo per controllare le masse…-.

-No. Innanzitutto non sono una complottista e poi esiste già 1984 di George Orwell-.

-Cos’è un “complottista”? Un movimento letterario?-.

-No… diciamo che ci sono persone che pensano che la realtà sia quella che tu hai immaginato essere la trama del romanzo-.

Boccaccio rimane in silenzio.

-È strano questo mondo- dice alla fine. – E, allora, una storia d’amore su due persone che sono in fin di vita in terapia intensiva?-.

Colpa delle stelle-.

-Ma possibile che sia già stato scritto tutto?! Come si può essere originali in questo secolo!- sbotta Boccaccio.

-Eheheh, è questo il brutto, Giovanni… ormai tutto è stato scritto, tutto è stato detto. Sai, un famoso poeta italiano, Eugenio Montale disse che Dante era come uno che, arrivato a un benzinaio, mette tutta la benzina che c’è nella sua macchina e se ne va. Ma non è vero! Era rimasta un po’ di benzina… solo che secolo dopo secolo, l’avete prosciugata. A noi oggi spetta essere originali con le immagini, non più con la parola-.

-Ma tu vorresti scrivere?-.

-Certo che vorrei scrivere… ho un caffè letterario!-.

-Trovi difficile trovare l’ispirazione o la storia giusta?-.

-Non sono legate? Alla fine, se trovassi una buona storia, sarei ispirata e viceversa-.

-Però tu hai una buona storia tra le mani, anche piuttosto originale, no?-.

Io lo guardo con l’espressione di chi chiaramente non ha capito che cosa voglia dire.

-Non mi hai detto tu che in questo posto arrivano personaggi letterari improvvisamente e condividi con loro delle giornate? Scrivi di quello…-.

Non avevo mai pensato che potesse essere un’opportunità, né avevo mai immaginato di poter costruire sopra queste avventure una storia vera e propria.

-Ma non ho idea del perché succeda o del come- provo a obiettare. -E poi non so se potrebbe essere abbastanza interessante per qualcuno che legge-.

-Non tutto deve essere reale. La fantasia, d’altra parte, esiste apposta. Quella aiuta molto a rendere il particolare interessante per l’universale. Inoltre, è solo scrivendo che avrai la possibilità di capire se vale la pena leggerti o meno. Di certo, non scrivendo nulla, ti stai discriminando da sola. E stai mancando di rispetto al tuo possibile talento-.

In questo momento, non ho la lucidità necessaria per apprezzare il fatto che siano consigli di scrittura preziosi provenienti da chi ha iniziato la narrativa italiana. Non avendo la risolutezza necessaria a prendere un impegno simile, anche se non del tutto indifferente alla sua proposta, mi limito a rispondere con una battuta.

-È stata una chiacchierata altalenante, ma sicuramente interessante-.

Sento Boccaccio ridere.

-Quando c’è il vino, non può che essere così!-.

Rimaniamo in silenzio per un bel po’ prima di addormentarci sul divano.

L’arrivo della brigata

Al risveglio della mattina dopo, sono da sola. Non c’era traccia di Boccaccio da nessuna parte. Deve essere svanito durante il sonno. Quando me ne rendo conto, vengo presa dallo sconforto.

Cerco di pensarci poco e di concentrarmi sul mettere in ordine; butto le tante bottiglie di vino della sera prima, sistemo i divani e poi accendo il computer per riprendere contatto con gli avventori dello SfogliaCaffè; in questi giorni ho evitato di sentirli perché non avrei saputo come presentar loro il mio ospite.

Arrivata la sera, mi siedo sul divano del mio monolocale e accendo la televisione, ma non riesco a seguire nessun programma davvero. La nostalgia del mio compagno si fa sentire. La testa mi ripresenta la conversazione della sera prima, indugiando soprattutto sulla parte finale. Scrivere ciò che avviene nello SfogliaCaffè. Cavolo… è davvero un’idea che potrebbe funzionare!

Chiudo gli occhi e inizio a immaginarmi possibili svolgimenti, quando sento il solito rumore meccanico provenire da sotto, ma questa volta è diverso. Non solo è molto forte, ma si ripete più volte e a ogni botta mi sembra che il suono sia più intenso. Apro immediatamente gli occhi. Sono leggermente spaventata. Perché i colpi sono stati più numerosi e rumorosi? Non ho il tempo per recuperare il coraggio, perché sento un grandissimo baccano. Il terrore che qualcuno possa sentire e mandare dei controlli, mi fa precipitare di sotto. Quando arrivo, non credo ai miei occhi. Nella sala trovo una marea di persone che si guardano tra di loro sconcertate, esprimendo tutto il loro disagio verbalmente. Li passo in rassegna velocemente tutti e ne conto dieci (dieci?!?); alcuni hanno volti familiari, ma in preda allo stupore non riesco a identificarli. L’unico pensiero lucido che riesco a fare è:

“Giovanni, è arrivata l’allegra brigata che cercavi per la festa”.

Nel caos generale, una voce si solleva su tutte. Proviene da un ragazzo giovane, di bell’aspetto che è salito in piedi sul bancone e tiene in mano una lattina di birra.

-Non so chi voi siate, se Capuleti o guardie del Principe; di certo non Montecchi miei congiunti. Ma non importa. Voglio solo sapere dov’è la mia Giulietta. Ditemelo! Altrimenti berrò questa fiala velenosa-.

Ecco. Questa non avrei mai potuto scriverla, neanche volendo.

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