la soglia letteraria lockdown

Storie del Lockdown

È iniziato il lockdown. Allo SfogliaCaffè non si vedono né avventori, né personaggi. Ma le storie trovano sempre il modo di raccontarsi.

I primi giorni di quarantena

“Andra’ tutto bene”.

È il cartellone che vedo ogni giorno guardando fuori alle vetrate dello SfogliaCaffè ormai deserto da settimane.

Per quanto mi dia fastidio, non riesco a non fissarci lo sguardo sopra per minuti interi.

Non che abbia molto altro da fare, ma preferirei non indugiare troppo a lungo in cose che so dispiacermi. Almeno non in questo periodo.

Eppure è quasi naturale fermarmi a fissarlo. Dev’essere quella macabra attrazione per ciò che ci fa male che diventa più forte quando affrontiamo momenti di vita difficili. Un po’ ciò che raccontano Esther e Jerry Hicks nel libro La legge dell’attrazione.

Non riesco ad accettare quell’apostrofo alla fine del futuro del verbo “andare”.

Pensate che sia pignola in grammatica solo perché amo la letteratura e i libri? Non è così. È che non dovrebbe essere poi così difficile fare un accento in un cartellone fatto a mano, o sbaglio?

Se è stato messo per dare speranza, con me non funziona. Anzi.

All’inizio, il lockdown non è stato difficile come lo è ora.

Durante la prima settimana sono stata quasi grata di avere lo SfogliaCaffè tutto per me e non dover essere legata a scadenze e orari. Mi sono presa del tempo per sistemare il mio monolocale e anche per ripensare l’arredamento del mio caffè.

Ho fatto delle ricerche su internet, comprato qualche mensola e gadget nuovo, ho cambiato la disposizione dei libri. Nessun personaggio letterario è apparso improvvisamente nel mio caffè e non me ne sono dispiaciuta. Da una parte perché se fosse arrivato qualche controllo non avrei saputo bene cosa spiegare. Dall’altra, volevo dedicare quel tempo solo a me.

Ma le privazioni sono arrivate a farsi sentire. Non può essere altrimenti. Quando esco per le strade (per “motivi di assoluta necessità”, è quasi inutile dirlo), mi sembra di non riconoscere gli ambienti che dovrebbero essermi familiari.

Manca il viavai delle persone e tutto il chiacchiericcio che solitamente lo accompagna. Poche macchine, nessun rumore tipico del traffico. Il paesaggio sembrerebbe immobile se non fosse per il vento. La gente che incrocio porta tutta la mascherina e ha la stessa identica espressione. Preoccupazione. Paura.

Più cammino, più mi rendo conto che ciò che manca è la vita. Mi sento catapultata tra le pagine di La strada. Avverto tutto il peso di quell’atmosfera. È una lettura che mi ha sempre un po’ angosciata. Ora l’immedesimazione è reale. Non c’è catarsi, solo realtà.

Mi è capitato di chiedermi se quello che normalmente succede allo SfogliaCaffè non si fosse per caso ampliato a tutto il resto del mondo. Invece di un personaggio dentro il mio locale, poteva aver preso vita un vero e proprio romanzo in tutto il mondo? Ma se fosse così, non sarebbe dovuto passare nel giro di poche ore?

Le canzoni dal balcone

Li sento cantare da dentro lo SfogliaCaffè tutti i pomeriggi.

Inizialmente, è stato l’Inno d’Italia. Sono note che, al di là dell’essere più o meno patriottici, infondono un certo coraggio. Poi la gente ci ha preso gusto e le 18:00 sono diventate l’appuntamento fisso della quarantena. Un giorno partiva Azzurro, un altro Felicità, un altro ancora Il triangolo. Immancabile, All’alba vincerò. Ma credo che il mio momento preferito sia stato quello in cui è risuonata Vaffanculo di Masini in tutta la sua potenza. Credo che sia stato l’unico momento in cui ho cantato con loro.

Ogni sera alle 18:00, guardo il vicinato affacciarsi sui balconi. Lo faccio di nascosto, dietro le tende dello SfogliaCaffè. Non ho voglia di mischiarmi al coro, ma non perché abbia qualcosa in contrario a ciò che fanno (leggo i commenti hater sulle canzoni dal balcone e non li condivido). Preferisco semplicemente osservare. È ciò che faccio da una vita. Osservo. Come un narratore nascosto fa con i suoi personaggi.

È il motivo per cui ho aperto lo SfogliaCaffè. Non mi bastavano più le storie che leggevo, avevo voglia di vederle nascere e svilupparsi davanti a me. Le persone sono pagine piene d’inchiostro che non aspettano altro che raccontarsi. E io avevo bisogno di quei momenti.

Sono storie anche queste che hanno luogo sui balconi. Più frammentarie, molto simili, descrittive più che narrative, ma lasciavano grande spazio alla fantasia.

Mentre cantano, mi soffermo su ciascuno di loro nel tentativo di cogliere qualcosa della loro vita.
La loro professione, il loro status sociale, il modo in cui stanno vivendo questa situazione. C’è chi non rinuncia alla messa in piega o a vestirsi bene e chi, invece, indossa la sua malinconia come outfit.

Non so se tra di loro c’è qualcuno positivo o ha perso un parente in questa pandemia.

Quando vedo i bambini o gli adolescenti li immagino fare lezione a distanza. Li sento mentre lamentano la scarsa connessione o mentre chiedono all’insegnante “Mi vede?”.

Tra tutte queste persone potrebbero esserci fidanzati, genitori, amici che non si vedono da tanto e che contano le ore che ci separano alla fine dell’incubo rendendosi conto che possono solo lavorare di approssimazione perché nessuno sa che cosa succederà. Immagino. Mi racconto storie. E cerco di dare un senso (ah sì, Vasco Rossi è un altro must).

Mi è capitato più di una volta di commuovermi. Quando li sento cantare mi sembra di riuscire a sopportare meglio quel benedetto cartello con l’apostrofo al posto dell’accento. Perché la storia che mi stanno raccontando è sulla resilienza. Sono note di resistenza alla disarmonia del caos. L’anomalia linguistica mi disorienta perché non riesco più a riconoscere la mia realtà. Vedere queste piccole storie affacciarsi dai balconi mi restituisce alla vita che ricordo.

Letture della pandemia

Tutta ciò che non vedo per le strade si è trasferito sul web.

Videochiamate a ogni ora: questa è la soluzione per tentare di compensare il senso di isolamento e distanziamento. Gli aperitivi fatti in casa sono diventati un trend. Sono state programmate conferenze, eventi, corsi. Darwin sarebbe fiero delle nostre capacità di adattamento.

Dopo qualche settimana di isolamento, ho deciso di tornare attiva anche io con lo SfogliaCaffè. Ho attivato un servizio di prestito dei libri che ho nel locale tramite corriere. Inoltre, ho creato una stanza virtuale in cui riunire tutti i clienti più affezionati del locale per un appuntamento settimanale. Ho sparso la voce sui miei canali social e ho avuto una risposta più entusiasta di quanto mi sarei aspettata. Le persone hanno proprio voglia di condivisione.

Durante ogni incontro, chiacchieriamo dei libri, delle serie tv e dei film che ci stanno accompagnando durante queste lunghe giornate. Alcuni di noi guardano e leggono le stesse cose così poi ne possiamo parlare, scambiandoci impressioni. Purtroppo non possiamo fare a meno di parlare di ciò che ci sta succedendo. Ci viene naturale. Vorremmo non pensarci, ma non ne possiamo fare a meno. Viene ripetuta spesso la frase:

“Tanto che abbiamo da fare?”.

In realtà, cose da fare ce ne sono. C’è chi svolge lo smart working, chi studia, chi si occupa della casa… e poi stanno organizzando talmente tanti incontri ed eventi online che è difficile non sentirsi impegnati. Eppure non basta: l’essere fermi nello stesso luogo ci fa sentire immobili.

Mi piace molto curiosare tra le letture di questo periodo. Sto cercando di capire se ci sono dei generi o degli autori che possono essere più utili in tempi di pandemia così che io possa interrogarmi sul perché. Molti si stanno dedicando al fantasy e la trovo una risposta piuttosto eloquente alla necessità di fuggire dalla realtà, un po’ come per quelli che si leggono le commedie. I più riflessivi vanno alla riscoprono della storia. Altri – coloro che si immergono nella situazione – si dedicano a tutti quei filoni di racconti sulla malattia, sulla quarantena, sulla ricerca scientifica e argomenti del genere.

Al di là di Cecità di Saramago, c’è anche qualcuno che ha pensato di rispolverare i Promessi Sposi. Io, invece, suggestionata, mi sono ritrovata a sfogliare le pagine del Decameron. Sette ragazze e tre ragazzi che fuggono da Firenze e dalla peste per rifugiarsi in campagna dove passano il tempo a raccontarsi storie per passare il tempo. Ci vorrebbe proprio ora. “Fuggire in un locus amoenus” potrebbe essere una motivazione da autocertificazione?

Quando desideri qualcosa allo SfogliaCaffè…

Ho pensato tanto a lui in questi giorni. Quindi non mi sarei dovuta stupire più di tanto quando una sera, dopo aver sentito il solito rumore meccanico, me lo sono ritrovato dietro il bancone a sfogliare le pagine del Decameron.

È robusto, un po’ basso. I capelli sono scuri. Porta una casacca azzurra con sotto dei pantaloni neri. Gli occhi sono scuri, grandi, accesi da una luce che rivela una certa scaltrezza e intelligenza. Non appena mi sente muovermi, mi guarda spaesato. Non ha idea di chi io sia, ma la prima cosa che mi chiede è:

– Cosa hanno fatto alla mia opera? -.

Ed è stato così che la prima storia che ho raccontato in quarantena è stata l’invenzione della stampa. Non particolarmente originale, ma ho avuto un ascoltatore d’elezione. Non capita tutti i giorni di narrare una storia a Giovanni Boccaccio.

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