multipotenziali in carriera intervista a chiara cavenago

Multipotenziali in carriera: ne parliamo con Chiara Cavenago

Eccoci di nuovo! Siamo qui insieme a parlare ancora di multipotenziali e con il PRIMO PODCAST di In Medias Web! Quest’occasione mi emoziona un po’, però sono molto felice di iniziare con un argomento che abbiamo già trattato e a cui ho deciso di dar seguito con una serie di approfondimenti svolti anche con l’aiuto di professionisti di svariati ambiti.

Dopo avere scritto di multipotenziali nel post Perchè la società ha bisogno di multipotenziali, mi è venuta voglia di parlarne ancora.
Mi sono allora venute in mente un mucchio di domande a cui volevo rispondere, tra cui alcune legate ai multipotenziali in carriera, ovvero come sopravvive un multipotenziale alla ricerca di un lavoro o nella gestione di una propria attività.
Al fine di approfondire al meglio questo argomento sulla multipotenzialità e mercato del lavoro, mi ha fatto moto piacere chiedere il contributo di Chiara Cavenago, consulente di carriera che si occupa di offrire orientamento professionale a coloro che hanno bisogno di aiuto per trovare il modo migliore di proporsi professionalmente.

Chi meglio di lei poteva aiutarmi a trovare alcune risposte alle domande che avevo sulle possibili difficoltà e piccole crisi d’identità che può affrontare un multipotenziale alle prese con una candidatura di lavoro o con un curriculum vitae?
Scoprirete, come ho scoperto io, che abbiamo sicuramente chiesto alla persona giusta.
Detto ciò, vi lascio all’intervista e, sperando che vi piaccia, vi invito a commentare o condividere questo contenuto se l’avete trovato di qualche utilità per voi o per qualcuno che conoscete.
Buon ascolto e buona lettura!

Multipotenziali, ansia da prestazione e senso di inadeguatezza

Paola: Chiara, partiamo subito con una domanda “semplice”. Cosa deve fare un multipotenziale per non essere preda totale dell’ansia e del senso di inadeguatezza nel porsi a confronto con il mercato del lavoro?

Chiara: Ah… ecco… una domandina facile facile!
Dunque, faccio una piccola premessa: io mi sono interessata al mondo della multipotenzialità quando, come te, ho visto il famoso speech di Emilie Wapnick al Ted. Ho trovato interessante quella presentazione, ma dentro di me si è instillato anche un dubbio del tipo: “ok, però, qual è la differenza tra un multipotenziale vero e, magari, semplimente un LAZZARONE?”.
Nel senso, ci può essere qualcuno che si nasconde dietro un “vabbè, io sono multipotenziale, ho un sacco di interessi etc etc.. però poi magari non “quaglia”.
È questo il motivo per il quale mi sono documentata leggendo il libro della Wapnick e poi ho continuato ad approfondire. Ho letto anche il libro di Fabio Mercanti (“Chi sono e come cambieranno il mondo”, ndr) e ho contattato lui e Sonia Elicio che gestisce un gruppo facebook per i multipotenziali, e anche un sito. Ho fatto in modo di approfondire, insomma, per capirci qualcosa di più.

Per quanto riguarda il senso di frustrazione, capisco che possa esserci un momento in cui siamo convinti che la società e il mondo del lavoro ricerchino solamente degli specialisti, però il mercato del lavoro non cerca sempre e solo un’unica categoria di persone. Lì gioca molto la tendenza caratteriale a vedere sempre quello che “non” siamo e che invece viene ricercato. In questo senso, i giovani notano che viene ricercata solo gente con esperienza, quelli che hanno esperienza dicono: “ecco, cercano sempre giovani”. Oppure ci sono quelli che continuano a ripetere: “ecco, cercano sempre gli specialisti e io invece ho tante competenze, etc..”. mentre professionalità più verticali dicono che le aziende cercano persone che siano trasversali, flessibili e via dicendo. In realtà non sono neanche così convinta che il super specialista sia sempre ricercato.

Una considerazione a riguardo che avevo fatto, parlando con Sonia (Elicio, ndr) delle problematiche dei multipotenziali in carriera, è proprio il fatto di concentrarsi su quelle che sono le proprie competenze e capire che forma dar(si). So che non è facile.

Come un multipotenziale può individuare il profilo professionale più adatto a lui

Il libro della Wapnick, in realtà, dà già delle buone indicazioni, anche proprio dal punto di vista della carriera, su come può un multipotenziale analizzarsi e mischiare, giocare un po’ con le proprie aree di competenza, piuttosto che passioni, inclinazioni etc… per cercare poi di delineare una figura e un ruolo.
Poi, il discorso è sempre quello: ci sono ruoli che sono più adatti a persone specializzate, per cui c’è bisogno di quello che effettivamente conosce la materia a fondo e che sia preparato al massimo su un determinato argomento, però ci vuole anche una persona che, conoscendo un po’ di tutto, sia in grado di unire più specialisti e avere una visione un po’ dall’alto.

Quindi, sfruttando la capacità del multipotenziale di fare sintesi, quindi unendo i vari puntini, si trovano ruoli che sono più adatti magari a chi ha questo tipo di attitudine. Il problema non è sbattere la testa contro il muro perché abbiamo tante competenze e non veniamo ricercati dal mercato del lavoro in quanto figure poliedriche. Bisogna capire quali sono le posizioni che già di per sè includono un profilo sfaccettato. E se uno ha anche tanti interessi e tante competenze, magari selezionare i due o tre principali su cui costruire questo potenziale profilo per concorrere per quella posizione.

Come fa il multipotenziale a trovare un modo per definirsi

Paola: In merito a quello che hai detto, ti racconto un episodio recentissimo. Una mia amica, dopo aver letto il mio primo articolo sui multipotenziali “Perchè la società ha bisogno di multipotenziali“, mi ha detto “ah meno male, finalmente so come chiamarmi!”. Sembrava davvero sollevata di aver trovato un termine con il quale identificarsi, come se avesse trovato una sorta di collocazione esistenziale. La cosa mi ha stupita e mi ha anche un po’ preoccupata perché, sai, nel mio post scrivevo che i multipotenziali non si possono etichettare.. mentre alla fine si rischia di etichettarsi da multipotenziale!
Di fatto tu non puoi andare a un colloquio di lavoro e dire: “io sono multipotenziale, regolatevi di conseguenza”, la multipotenzialità non è una categoria che ti giustifica. Di sicuro la mia amica non stava cercando un alibi ma per alcuni il rischio c’è. In particolare, focalizzandoci ancora su di lei che è un’artista, rilevo che molto spesso sono proprio le categorie degli artisti e dei creativi che
Tornando poi sul suo caso, lei che è un’artista e ha vari talenti, rientra in quella casistica in cui artisti e creativi si ritrovano in questo frullatore, no? Perché magari hai la fortuna di avere tanti talenti, sai disegnare, scolpire e sei brava anche con l’interior design, però è anche vero che rischi di incappare in persone che, dall’altra parte, ti dicono.. “e quindi?”. In quel caso, come si risponde?

Chiara: E quindi… semplicemente, secondo me, c’è la possibilità di tirar fuori una definizione di sè che comprenda tutti gli ambiti. Non è che qualcuno deve dire: “piacere, avvocato”. Insomma, prendo anche il mio esempio, “Consulente di carriera e orientamento professionale”. Intanto, è un titolo lungo, e poi, comunque, devo ancora spiegare che cos’è.
In realtà, secondo me, questi sono problemi che ci si fa inutilmente. È ovvio che non devo aprire l’enciclopedia britannica per spiegare chi sono, però provare a ragionare su una piccola definizione di qualcosa che ci descriva aiuta ad ampliare un po’ il campo.
Quindi “sono un’artista, esprimo la mia arte soprattutto con la pittura ad acquerello però sono anche appassionata di video editing e porto il mio occhio artistico nel video”, per esempio. Quindi, fare un po’ una sintesi. La sfida è sicuramente impegnativa.. però, secondo me, si può fare. Serve proprio partire dal mettere per iscritto quali sono le proprie competenze e tirar fuori quelle principali, quelle più forti. Perché poi, per esempio, se leggi il libro della Wapnick, lei dà tipologie diverse di multipotenziale. C’è quello che ha più passioni contemporaneamente, quello che approfondisce una cosa, poi molla, poi passa all’altra etc.. C’è quello che si dedica ad altro per “mangiare” e poi nel tempo libero sfogano le varie passioni che hanno. Già questo ti fa capire che ci sono molti più multipotenziali di quello che può sembrare, quindi non è che è una categoria “protetta”… e anche lì nasce un po’ il mio dubbio. Nel senso, anche io mi sento “multipotenziale a giorni alterni”, nel senso che, se penso che, lato scolastico e professionale, ho sempre seguito materie di formazione, educazione, lavoro insieme alle persone, risorse umane.. tutti ambiti molto coerenti tra di loro. Poi però mi dico: la mia vera e unica passione che c’è stata in tutta la mia vita è la lettura, quindi altro ambito. Il mio sito, per esempio, me lo sono fatto da sola, quindi ho anche delle conoscenze informatiche che comunque mi piace avere insieme a conoscenze sulla gestione dei social.. Quindi mi dico: sono multipotenziale o sono solo curiosa? Non lo so, io non sono sempre convinta di definirmi multipotenziale. E quello che è difficile tirar fuori dal libro della Wapnick e che mi lasciava un po’ perplessa è sempre questo discorso di “noi” e “loro” per cui ci sono “i multipotenziali” e gli altri che sono “gli specialisti”. Nella mia esperienza è più difficile trovare uno specialista che non un multipotenziale.

Paola: Sì, in effetti mi sembra che il multipotenziale che avverte la propria multipotenzialità come una tara sociale soffre più che altro un problema a “definirsi”. È, secondo me, un vero problema esistenziale (so che continuo a insistere con questa parola, ma ne sono in qualche modo convinta). Parte delle persone che appartengono alla nostra cultura, non solo occidentale ma parlo proprio dell’essere italiani, si aspetta di essere definito dagli altri. Aspettiamo che ci dicano se siamo bravi, belli, brutti, buoni, soprattutto noi donne, se vogliamo fare un discorso di genere, siamo abituate a sentirci dire dagli altri se stiamo andando bene o meno. Quindi è molto difficile avere il coraggio di fare un lavoro profondo su se stessi e decidere “chi siamo” e “cosa facciamo”.
Io ho scoperto con sollievo qualche anno fa che “si può cambiare”, nel senso che nessuno ti dice niente se poi fra tre anni decidi di “rinnovarti”… Ma a parte le divagazioni, Chiara, tu hai mai seguito un multipotenziale? Ci vuoi raccontare una tua “case history”?

Multipotenziali alla ricerca di se stessi: qualche esempio

Chiara: Allora, non ho mai seguito un multipotenziale che sia venuto da me a dirmi: “sono un multipotenziale”. Magari durante il lavoro affrontato con alcuni è uscita fuori la consapevolezza di dire:”Ah, forse sono un multipotenziale!”.

Paola: Beh, non tutti conoscono questa definizione.

Chiara: Sì, infatti. E anche la reazione che ha avuto la tua amica è quello che ho riscontrato anche io quando nel mese di Maggio mi sono dedicata a questa tematica sul blog. Quindi la cosa è assolutamente frequente.
Non so se riesco a trovare qualcosa da raccontarti.. forse sì. Ho avuto il caso di un paio di persone. Una di queste aveva una forte propensione al discorso artigianale, nel senso di ristrutturare complementi di arredo come sedie, tavoli, cose di questo tipo e una forte passione per la fotografia. Nel raccontarsi lei diceva “io potrei, per esempio, preparare le case per la vendita, oppure consigliare qualcuno che ha bisogno di riarredare casa, ma senza aver avuto studi di architettura o cose di questo tipo” . Poi dall’altra parte c’era tutto un suo pregresso, invece, del tipo di Customer Service, cura del cliente, gestione di un ufficio, coordinamento di risorse, etc. In quel momento si trovava in una situazione di disoccupazione e lì bisognava un po’ capire che tipo di percorso intraprendere. Il lavoro che abbiamo fatto è stato appunto quello di ragionare molto sulle competenze. Tirar fuori da ogni esperienza, da ogni passione, da ogni attività quello che effettivamente sapeva fare e provare a impostare più tipologie di ruoli. Avevamo ipotizzato anche quello dell’assistente virtuale che, tutto sommato, concentra tutte le capacità di amministrazione e gestione d’ufficio e si sposava con l’esigenza, magari, di lavorare da casa. Dopo qualche mese questa persona ha avviato l’attività come home stager, quindi alla fine si è orientata più su quella che era la sua passione.
Invece un altro caso, che definirei più di “sincretismo”, è quella di una consulente d’immagine molto legata anche all’ambito del benessere delle persone. Faceva percorsi di Yoga, piuttosto che di spiritualità e questo genere di cose. Riusciva, in qualche modo, a fondere tutte queste cose unendo la consulenza d’immagine con lo scopo di far star bene le persone con se stesse. Questo secondo me è stato un lavoro molto riuscito in cui si è potuto fondere le varie anime di una persona, che poi è anche una cosa che consiglia la Wapnick nel suo libro dicendo che bisogna “unire i puntini”.

Quando qualcuno, multipotenziale o no, vuole cambiare ambito professionale

Paola: Certo, e scusa se torno un attimo sul primo caso che hai raccontato, ma c’è una questione che mi interessa e non è propriamente da “multipotenziale”. Può capitare che qualcuno, nonostante un background piuttosto corposo in qualche ambito specifico, voglia cambiare e fare tutt’altro. Tu cosa consigli a coloro che si vogliono rinnovare e quindi non rimanere “marchiati” da quello che hanno fatto prima?

Chiara: Beh, non voglio fare la Guru della Vision e della Mission, ma secondo me si deve avere ben chiaro l’obiettivo. Capire quindi che sì, mi rinnovo, ma sapere cosa voglio diventare e avere già una sorta di visione davanti a sè. Fondamentale è capire dove si vuole arrivare e cosa si vuole diventare perché immaginare una meta aiuta anche a decidere i passi per raggiungerla. Secondo me bisogna comunque essere consapevoli di quello che abbiamo fatto fino al momento in cui cambiamo, ma proprio per creare quella sorta di “filo rosso” che esce fuori dal bilancio delle competenze. Se uno cambia da così a colì, potrebbe in effetti essere visto come sospetto. Secondo me portare qualcosa di quello che si è imparato nella “vita precedente” anche in quella nuova, crea una continuità che, in qualche modo, dà conforto e fiducia, alla persona in primis ma anche in chi ha davanti. Non è che bisogna portarsi per forza dietro qualcosa che caratterizza il lavoro e il ruolo, ma anche tutte quelle competenze trasversali che uno si porta dietro. Banalmente, ad esempio, dire che l’esperienza del Customer Service in un’azienda porta con sè le capacità di ascolto e di accoglienza delle esigenze delle persone, sapere come rispondere, mantenere la calma, sono magari cose che possono essere utili in un altro tipo di lavoro. Quindi fermarsi a fare un bilancio di chi siamo, di che cosa sappiamo fare a partire da quello che abbiamo fatto è utile proprio perché è come se avessimo ben chiaro, da subito, tutti i pezzettini di Lego di cui disponiamo e con cui possiamo fare mille e mille costruzioni diverse.

Come un multipotenziale può definire il suo obiettivo personale

Paola: E quindi ci puoi anticipare l’esercizio per le competenze che descrivi nel tuo blog (nel post Come definire un obiettivo professionale se sei multipotenziale) e che fai fare alle persone che si rivolgono a te?

Chiara: Allora, sostanzialmente il discorso è sempre quello di partire dalla propria esperienza. Quello che ho fatto, dove l’ho fatto, le proprie mansioni, la quotidianità, e andare anche su quelli che sono stati i risultati che abbiamo raggiunto nel nostro percorso professionale. Quelli sono i punti di partenza più solidi da cui recuperare effettivamente le nostre competenze, sia dal punto di vista tecnico-professionale sia da quello delle cosiddette “soft-skills”. Mettendo in luce tutte le competenze e le conoscenze che abbiamo, l’idea è quella di scriverle su un foglio o su una serie di fogliettini, l’importante è averli davanti e cercare di riunirli, non per forza tutti, provando a creare dei gruppi in cui queste competenze siano collegate tra loro. Dal momento che siamo sempre noi, quindi non è che cambiamo, c’è sempre un trade d’union, una “spina dorsale” o filo rosso, qualcosa che comunque rimane a unire tutti. Ognuno di noi, multipotenziale o meno, cresciamo e cambiamo, quindi qualcosa lo lasciamo indietro e qualcosa cresce con noi, però la nostra essenza rimane sempre. Può non essere facile, può volerci molta riflessione però trovare questi “puntini” da collegare ci porta ad avere un’identità un po’ più solida. Oppure può essere comunque un punto di partenza e ci aiuta comunque a capire delle cose.

Il multipotenziale e il Curriculum Vitae. Come si fa?

Paola: Giusto, “realizziamo chi siamo” in questo modo. E detto questo, ecco l’ultima domanda. Una volta riflettuto e deciso “la forma”, la nostra definizione e un certo prospetto di noi stessi e ci vogliamo presentare, nella stragrande maggioranza dei casi dobbiamo preparare il Curriculum Vitae, che è una delle cose più insidiose nel mondo, a mio avviso. Nel CV devi sintetizzare moltissimo chi sei e cosa hai fatto e si va sempre molto in confusione. Io per esempio ho un’esperienza ormai abbastanza lunga da elencare su un Curriculum Vitae, e ogni volta che mi presento a un’azienda o a un collaboratore sto lì a rielaborare il mio CV cercando di indovinare cosa vogliano leggere. Ma poi, alla fine, cosa vuole leggere un HR manager?

Chiara: Allora, faccio una premessa anche qui. La mia filosofia non è tanto quella di riscrivere il Curriculum ogni volta che si risponde a un annuncio, nel senso che quello che va personalizzato è la lettera. Nei percorsi che faccio con le persone che seguo, il curriculum arriva solo dopo che si è fatto il bilancio delle competenze e che si è definito il proprio obiettivo. Se ho fatto il bilancio delle competenze ma non ho definito il mio obiettivo, il curriculum è mutilato. Il Curriculum Vitae, essendo uno strumento di marketing, ha uno specifico interlocutore e uno specifico messaggio. Il messaggio che gli mando è un mix tra le mie competenze ed esperienze e il mio obiettivo. Questo lo posso fare selezionando le informazioni da mettere scegliendo solo quelle che corrispondono al mio obiettivo. Questo vuol dire che posso serenamente eliminare dal mio Curriculum tutto quello che non serve a niente con il mio obiettivo attuale (o al limite, se non si vuole eliminare, almeno ridurre all’osso), in modo che il curriculum che mandi in giro oggi non deve cambiare. È un discorso di Personal Branding: alla fine non cambi il profilo linkedin ogni volta, giusto? La stessa cosa vale per il Curriculum. La motivazione della tua candidatura la descrivi nella lettera. Quindi: “Caro recruiter, ho visto che stai cercando questa cosa, io ho queste esperienze.” La lettera diventa così una riformulazione dell’annuncio in cui si prepara la “pappa pronta” al recruiter e gli si dice quello che si vuole mettere in rilievo. I recruiter vogliono vedere l’esperienza e le competenze che uno ha in base all’annuncio che hanno messo, però la lettera funziona tanto quanto il curriculum proprio perché già glielo stai dicendo: “stai cercando questo, io sono questo, questo e quest’altro”. Al curriculum lasci gli approfondimenti e le specifiche dei progetti che dovrebbero dimostrare la tua esperienza. Il recruiter NON vuole il curriculum infografico dove ci sono una serie di pallini, asterischi, etc.. e non c’è scritto nient’altro. NON vuole solo il titolo di ruolo e l’azienda, perché anche lì non stai dicendo molto delle tue reali competenze. Sei un web designer? Ok, ma che programmi usi? Che tipi di siti sai fare? L’E-commerce lo fai? Sviluppi in linguaggio? Molte sono le domande che rimangono sospese per aria. Ho detto il web designer ma anche per il contabile, il discorso potrebbe essere lo stesso.
Comunque, secondo me il Curriculum non va cambiato troppe volte a meno che nell’annuncio non sia specificatamente chiesto qualcosa di particolare (un progetto molto preciso che hai fatto, una qualifica determinante etc.).

Paola: Sì, hai ragione, ma forse nel mio caso ho esagerato. Vero è anche che, essendo io sia Web Designer che Video Maker, molto spesso ho bisogno di non far confliggere queste due esperienze per non confondere le aziende.

Chiara: Ah beh, allora quello ci può stare. Una soluzione può essere quella del Curriculum funzionale dove non stai troppo a specificare l’esperienza del cosa dove quando ma mettere prima cosa sai fare. Questo per esempio, per il multipotenziale che ha cambiato tanti lavori, magari facendone anche due o più in contemporanea che si sovrapponevano, che può essere davvero difficile raccontare in un curriculum cronologico, può fare al caso quello funzionale. Quindi mettere delle “aree di competenza” e di seguito quello che concerne ogni area, più qualche esempio pratico, ovviamente, di ciò che si è realizzato o degli obiettivi raggiunti con ogni esperienza.

Concludendo: siamo tutti multipotenziali, in fondo?

Paola: Mi sembra corretto. C’è qualcosa che vuoi aggiungere oltre a quello che abbiamo fin’ora detto dei multipotenziali? Mi sembra che, comunque, durante questa conversazione le tue conclusioni le abbia già delineate. Siamo tutti un po’ multipotenziali, in fondo, basta che ce ne rendiamo conto. E che dobbiamo definire una “forma”, diciamo, ricostruire un’integrità nella frammentazione dell’essere multipotenziali che, di sicuro, è possibile trovare, con un po’ di coraggio, aggiungerei io.

Chiara: Anche, anche. Secondo me però, per esempio, il modello Einstein di cui parla la Wapnick, tutto sommato, è quello molto diffuso. Quello per cui uno ha un lavoro qualsiasi che gli permette di portare a casa la pagnotta, e poi sfoga tutte le sue innumerevoli passioni il resto del tempo. Ecco, secondo me quello è un tipo di figura che magari si rende meno conto di essere multipotenziale e/o vive quella zona grigia del forse sì, forse no, chi lo sa. Il coraggio ci vuole sempre, ogni volta che dobbiamo applicarci per conoscerci e accettarci per quello che siamo, capire anche dove possiamo migliorare. Coraggio o anche semplicemente serenità nel presentarci agli altri per quello che siamo. Comunque se uno si conosce e si accetta, abbraccia il fatto di essere multipotenziale e la cosa non diventa un problema, è anche un fatto di maturità il fatto di dire “io sono così, se va bene.. bene, altrimenti pazienza”.

Paola: Io credo che i multipotenziali che hanno il problema di essere tali è perché magari sono dei perfezionisti.. io almeno mi riconosco in questo.

Chiara: (ride)Può darsi..

Paola: … quindi in realtà la frustrazione sta nel fatto che non si arriva mai in fondo alle cose, il multipotenziale non ha questa curiosità. Io, per esempio, mi rimprovero molto spesso di lasciare le cose sempre a un passo dalla loro conclusione perché, di fatto, non sento davvero l’esigenza di finirle. Da una parte soffro perché mi sento inconcludente, dall’altra mi dico che, dopotutto, non sono così male (rido).

Chiara: Ma sì, fare pace con il nostro modo di essere, vivere, imparare e lavorare fa bene. Essere consapevoli che al mondo servono proprio tutti, anche noi. Poi, certo, magari non è sempre facile trovare il proprio posto, ma anche incaponirsi nel cercare un lavoro da specialista quando specialista non sono e viceversa non fa bene. È meglio concentrarsi attivamente e concretamente su quello che possiamo fare e a cui ci possiamo dedicare.

Paola: Giusto, ti ringrazio Chiara. Credo che possiamo ritenerci soddisfatte di questa chiacchierata. Non siamo state sintetiche, ma sicuramente tutto quello che è uscito è stato molto interessante. È davvero un piacere parlare con te e ti ringrazio di aver accettato questa intervista.

Chiara: Grazie a te Paola, alla prossima!


Chi ha parlato con noi dei multipotenziali?

Chi è Chiara Cavenago

Sono una consulente di carriera e mi occupo di orientamento professionale. Questo significa che supporto chi è in una fase di cambiamento professionale, o perché si trova senza lavoro o perché ce l’ha ma vuole cambiare, vuoi perché c’è dell’insoddisfazione, o gli manca la motivazione, non si sa bene che tipo di percorso intraprendere.
Il mio ruolo è quindi quello di facilitare questo passaggio attraverso una serie di esercizi che faccio fare e di riflessioni che poi si fanno assieme questo processo. Il mio lavoro spazia dal Bilancio delle Competenze, quindi proprio un’analisi su quello che uno sa fare, a definire l’obiettivo professionale – in termini ovviamente di ruolo ma anche di tutto quello che è un contorno spesso lasciato un po’ trascurato, come gli aspetti di motivazione, di soddisfazione, di valori, di bisogni che a volte non vengono presi in considerazione perché ci si focalizza solo sul ruolo, l’attività, “che cos’è che vado a fare”, “qual è la mia etichetta”. Poi, ovviamente, anche in base alle esigenze di ciascuno che sono molto personali, lavoro anche sul come proporsi sul mercato e come usare i vari strumenti: scrivere il curriculum ovviamente e prepararsi al colloquio. Questo è il tipo di lavoro che svolgo.

Per quanto riguarda il tempo necessario a svolgere questo percorso, il discorso è molto soggettivo.
Io ho preparato dei percorsi “standard” che, ovviamente possono essere personalizzati, di cui il più completo prevede 6 sessioni, quindi 6 incontri con cadenza settimanale. 1 mese e mezzo, due al massimo, in generale, per essere pronti. Poi dipende dal caso specifico, c’è chi ha bisogno solo di “essere rimesso in carreggiata” e chi invece ha bisogno proprio di un discorso molto più approfondito per capire le competenze piuttosto che orientarsi e capire la strada da percorrere. Gli aspetti pratici sono quelli che vanno via più veloce.. è la prima parte che va più nel profondo e bisogna dedicarci il giusto tempo.

Puoi trovare Chiara sul web qui —->Sito Le faremo sapere
E i post che ha scritto sui multipotenziali qui —->
https://chiaracavenago.it/tag/multipotenziali/


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credits soundtrack: Music by Nordgroove from Fugue

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