Non si può morire ballando, Lavatrici rotte e Girasoli – Intervista con Andrea Castoldi

“La vita altro non è che una distesa di fiori profumati con una lavatrice rotta nel mezzo”

Questa è l’ambigua frase che nel film di Andrea Castoldi incontriamo a storia già iniziata. Gianluca, il protagonista, la legge in ospedale durante una nottata insonne passata a girovagare nei corridoi mentre si sta domandando di quale strana malattia sia affetto. Questa frase sembra forse rispondergli, come risponde allo spettatore se, come me, si era domandato che diavolo ci facesse una lavatrice abbandonata in un campo di girasoli su una locandina con un titolo come “Non si può morire ballando”.

Non si può morire ballando presentazione film

Parlo con Andrea, regista e sceneggiatore del film, che in una lunga telefonata mi racconta, quasi per caso, che quella frase gli è venuta in mente un pomeriggio in quel di Fano, mentre stava registrando del materiale per un altro film.

Di fatto i pensieri hanno questo di straordinario: a volte ti arrivano come dall’aria e rimangono dentro di te finché non trovi il posto dove trovino un significato, e questo è il caso. Mi soffermo in particolare su questo pensiero-immagine perché mi è sembrato sintetizzare bene i significati in contrasto del film: il campo di fiori/vita e la lavatrice rotta/il meccanismo umano che s’inceppa. Gli automatismi rotti rimangono inerti in mezzo ad un mondo che va avanti nonostante tutto, con tutta la bellezza che gli è propria, sempre visibile e a disposizione degli occhi e del cuore, se vuoi beneficiarne.

Non si può morire ballando film andrea castoldi

La trama

Gianluca (Salvatore Palombi), è affetto di una malattia sconosciuta che, rimanendo senza risposte e soluzioni scientifiche, sembra non avere altra opzione che essere interpretata come una malattia dell’anima. Le “cellule dormienti” che pian piano contagiano tutto l’organismo potrebbero essere sintomatiche di un intorpidimento delle emozioni. Raccogliendo il suggerimento di una vecchia e quasi disconosciuta ricerca medica, Massimiliano (Mauro Negri) trascina il fratello in un percorso di risveglio emozionale attraverso il ricordo dei momenti più importanti della sua vita: gli “otto momenti” in cui si è sentito davvero attraversare da emozioni forti.
Paura, amore, prime esperienze, piccoli momenti di vita in compagnia degli affetti più cari vengono ripercorsi dai due grazie all’ausilio del teatro e “risvegliano” pian piano il protagonista fino a metterlo in piedi per un’ultima, celebrativa serata danzante. La lavatrice rotta verrà rimossa dalla frase a fine film ma rimane in locandina, a ricordarci di scegliere da quale parte della vita stare.

Non si può morire ballando - Mauro Negri


La produzione

Poter parlare con l’autore del suo film è una fortuna. Con Andrea a disposizione ho potuto soddisfare parecchie delle mie curiosità riguardo a come è stato realizzato “Non si può morire ballando”.

Mi aveva colpito molto il fatto che avessero svolto le riprese in meno di due settimane: per un lungometraggio è un tempo davvero stretto. Non solo deve prevedere un grande sforzo di pianificazione ma anche di coordinamento e resistenza sul set da parte di tutti: troupe tecnica e cast attoriale. E non basta. Come giustamente mi ha fatto notare il regista nonché autore della sceneggiatura, l’economia sui tempi si studia prima di tutto in fase di scrittura. Se hai intenzione di girare un film in un tempo concentrato, devi pensare ad evitare condizioni e situazioni che in fase di messa in scena portino la scaletta ad articolarsi e frammentarsi in un piano di lavoro che non sia sostenibile.

Non si può morire ballando foto sceneggiatura


Il film visto da dentro:

P: “So che il film prende vita da un’esperienza personale. Posso chiederti qualcosa a riguardo?”

A: “Sì, il pretesto nasce dall’esperienza che ho vissuto vedendo ammalarsi una persona a me molto cara e trovandomi a frequentare l’ospedale in un modo per me inedito, essendoci capitato solo per analisi di routine. Quello che mi ha colpito in particolar modo è scoprire quanto l’esperienza della malattia e dell’ospedale possa metterti in una condizione tale da veder salire muri anche in una relazione molto forte.”

P: “Parli del muro del malato o del muro del visitatore?”

A: “Entrambi, credo. Sulle prime non si riesce ad essere naturali, sorge una sorta di difficoltà a comunicare, non si sa bene cosa dire, come stabilire un contatto che una volta era automatico. Queste distanze vengono poi recuperate a forza di tornare e tornare a percorrere quei corridoi. Nelle visite che si susseguono, si recupera una sorta di intima quotidianità anche nelle stanze d’ospedale. Questa ripetitività della visita è un elemento che ho voluto inserire chiaramente nel film.”

Non si può morire ballando Gianluca con la figlia

P: “Nel film si parla di “terapia delle emozioni” e il metodo di guarigione alternativa alla medicina tradizionale è appunto un’applicazione pratica di questo filone di pensiero. Hai sperimentato metodi di guarigione di questo genere o ne hai sentito parlare prendendone ispirazione, oppure altro?”

A: “Altro (sorride). In realtà a me interessava puntare l’attenzione su questi “otto momenti” fondanti: esperienze formative che fanno parte di una specie di percorso di formazione collettivo e che, di fatto, generano le emozioni più grandi che possiamo ricordarci, e in cui possiamo riconoscerci e rispecchiarci. L’unica cosa “scientifica” a cui mi sono ispirato e su cui ho fatto ricerca è la reazione dell’acqua alla vibrazione del pensiero… tutto il resto è costruito e motivato da quello che volevo inserire nella mia storia.”

P: “Quanto tempo ti ha portato via la scrittura del film?”

A: “Di solito sono molto veloce quando decido di scrivere un film, credo di non averci messo più di tre settimane. Ho la condanna di essere pigro, per cui devo iniziare e finire un progetto in un unico flusso di lavoro. E una volta scritto devo vederlo realizzato in un tempo tale per cui non mi venga a mancare quell’energia che mi ha spinto a volerlo produrre. Se passa troppo tempo rischio di non riconoscermi più in quell’idea, di non trovare più la spontaneità della motivazione iniziale.”

Non si può morire ballando - foto di backstage

P:Sei veloce a scrivere, e sei stato veloce anche a filmare. Ma per le riprese in tempi così serrati ci vuole un gruppo di lavoro motivato, coordinato e affiatato… e moltissima concentrazione. Come hai/avete fatto?”

A: “Ho nel mio curriculum l’esperienza del mio primo film in cui ho pagato il conto di una certa “ingenuità” di gestione, e la fatica è stata così tanta da essermi bastata per sapere che una buona pianificazione e il gruppo di lavoro sono fondamentali.
Sono contento perché (da allora) sui miei set vige sempre un’armonia piuttosto familiare e collaborativa. Chi lavora con me sa che il suo operato non si limita al ruolo e io sono il primo a dirigere con una mano e con l’altra distribuire i cornetti per la colazione. In questo modo il film è un po’ più di tutti ed è una responsabilità comune quella di portarlo a compimento.

Se posso raccontarti un piccolo aneddoto, quando ho girato il mio secondo film (Vista Mare, 2017) la mia segretaria di edizione ha fatto degli incontri formativi con gli attori per renderli partecipi e più consapevoli delle esigenze di editing. Se la conoscenza del lavoro viene condivisa, così come gli sforzi e i momenti di leggerezza, i ritmi vengono sostenuti con maggiore efficacia e si rema tutti nella stessa direzione.

Ho poi dei collaboratori di cui non posso e non voglio fare a meno, come il mio direttore della fotografia Filippo Arlotti a cui non rinuncio mai. È un professionista che sa comprendere le mie richieste e che non manca di dare il suo contributo con consigli o alternative estetiche interessanti. Allo stesso modo, se non raccolgo un suo consiglio, rimane nel suo senza sentirsi mancato d’ascolto o di stima. Il set è un luogo molto delicato, ci dev’essere molta collaborazione e ascolto ma il rispetto dei ruoli è fondamentale.”

Non si può morire ballando

P.: “E il casting? Come hai scelto gli attori? Anche loro devono aver lavorato molto in fretta, e quindi essere entrati subito “in ruolo”.

A: “Riferendomi in particolare ai due protagonisti, non avevo un’idea fisica che li riguardasse. Di certo Gianluca doveva essere un uomo dal fisico asciutto, dovendo incarnare un ballerino di musica country, e Massimiliano, uomo necessariamente più adulto, doveva avere caratteristiche fisiche che si riscontrassero nel fratello scenico. Ho provinato vari attori e alla fine la scelta è andata su Salvatore e Mauro che mi sembravano fisicamente ben assortiti, oltre ad averne riscontrato la compatibilità con me e con il lavoro che avremmo dovuto fare insieme.
La grande sfida è stata quella di prendere come protagonista un attore con un background prevalentemente teatrale: la riuscita della sua interpretazione si misurava in quanto sarebbe riuscito ad asciugare il suo timbro espressivo. La difficoltà di Salvatore riguardava anche le condizioni del suo personaggio: limitato fisicamente dal ruolo del malato, le possibilità di resa di Gianluca erano costrette alla mimica e a quella poca mobilità che ti permette il recitare su un letto.”

P: Ho molto apprezzato la scelta di raccontare il rapporto tra due fratelli. Il cinema non offre molte di queste occasioni in schermo.”

A: “Questa è una cosa che non avevo preso in considerazione ma che anche altri hanno rilevato dopo aver visto il film. Mi piace il momento della discussione con il pubblico, vengono sempre fuori delle riflessioni interessanti sull’opera, anche cose che non avevi pensato. Mi fanno rendere conto che il film non è più cosa mia, diventa un piano di rappresentazione per tutti… ognuno ci vede qualcosa di diverso, di suo.

Di certo ho lavorato su una coppia di uomini che incarnassero due opposti: il sognatore e il lavoratore. Gianluca è un appassionato di musica country, un po’ scapestrato e incasinato, mentre Massimiliano è un professionista con moglie e figlie, è razionale e responsabile. Quello che mi è piaciuto scrivere è come questi due personaggi, in quest’esperienza, si scambiassero i ruoli rovesciando le proprie posizioni esistenziali.”

Non si può morire ballando - Massimiliano con la moglie

Il film visto da fuori

Non si può prescindere dal fatto che una visione è sempre un’osservazione soggettiva di qualcuno nei confronti di qualcosa che gli risuona dentro rispetto alle corde con cui può armonizzarsi. Per questo motivo chi parla del film deve comprendere e far comprendere che quel che vede e racconta non è una critica universale, ma un punto di vista su un punto di vista.

Io amo il cinema perché può risuonare dentro di te in un modo molto forte, se sei sulla stessa frequenza d’onda. Nel caso di Non si può morire ballando, ho guardato la vita sullo schermo e gli ho creduto, nonostante – da studiosa e da operatrice – sapessi o avessi indovinato la troupe dietro le quinte, i microfoni, i ciak battuti e scartati, le sigarette durante le pause, i fari che saltano durante le riprese, i panini e il trucco da rifare.

Un film può fare un casino mostruoso dentro di te, anche se conosci tutti i trucchi. Io ho studiato ogni parte del meccanismo, potrei disossarlo e ricostruirlo precisamente, eppure ancora sono preda della magia della narrazione. Un’analisi è impossibile, le storie e le immagini e le voci risuonano su corde che hanno vistosentitotoccato cose diverse ma uguali, e alla fine mi sono fatta suonare come un pianoforte che poco ha potuto fare se non rispondere vibrando le proprie note.

Non si può morire ballando ha fatto un sacco di casino dentro di me, perché di me dentro c’era tanto pur non sapendolo. Un bel cast ha dato vita a una specie di psicodramma che mi appartiene profondamente, come appartiene a tutti coloro che hanno avuto un caro in lungodegenza ospedaliera in condizioni difficili da comprendere, da vivere, ma soprattutto di cui accettare la profonda ineluttabilità.

Non si può morire ballando - Massimiliano e Laura

Andrea Castoldi ha raccontato con delicatezza un universo intimo e delicato con grande attenzione e dettaglio di sfumature, senza drammatizzare e senza cadere nel patetico o nello strillato, mai. Ha rappresentato in maniera onesta e misurata un ambiente ospedaliero dalla psicologia fragile e impreparata ad accettare la propria inutilità quando una malattia non ha nome e cognome e istruzioni per l’uso. Perché se sei un malato che la sanità occidentale non sa curare allora sei un peso, una macchietta sul tappeto, ti dovresti vergognare, e magari morire in fretta – o, chissà, guarire miracolosamente, basta che ti togli di mezzo.
Chi ha vissuto questa situazione sa che la risposta, quando non ci sono risposte, sta nella vita stessa e in come la stai affrontando in quel presente che sembra frantumarsi, esplodere e dissolversi. La responsabilità del dolore e di come e di cosa ti insegna è solo ed esclusivamente tua, così come il tempo che ti resta… Che tu viva per sempre o muoia domani.

Ci si può arrendere alla vita anche sorridendo.. e se hai la forza per stare in piedi, anche ballando.

Non si può morire ballando - Serata Country

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