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E se la scuola diventasse un’avventura? Ep. 0

Quando ero bambino c’era una frase che hanno ripetuto spesso quasi tutte le figure autorevoli che si occupavano della mia formazione.

“Andrea è un bambino lento, non è come gli altri”.

Quella frase mi convinse che se proprio ero così lento, non aveva molto senso impegnarmi, no?
Quindi smisi di studiare, o fare compiti.
Per anni.
Finché qualcosa in me non si sbloccò e iniziai gradualmente a migliorare la mia situazione ed ora insegno tecniche di apprendimento rapido, spesso a degli insegnanti.
Karma is a bitch.

Intro – Perché la scuola non funziona?

Io ho odiato ogni singolo secondo passato a scuola.
Dal primo secondo entrato all’asilo all’ultimo secondo prima di uscire dalla stanza in cui è stato dichiarato il mio voto di laurea, è stato un lungo, gigantesco e noiosissimo inferno.

Sarà per questo che ho deciso di buttarmi nel campo della formazione e cambiare il mondo della scuola?

Non esagero eh.
Ho quasi solo ricordi negativi del mio percorso scolastico.
Quando ero piccolo ad esempio, alle elementari, c’era un’insegnante che ci umiliava e picchiava.
Mi traumatizzò tantissimo, ancora oggi a volte ho cali di fiducia che arrivano da quei giorni.

Ma più in generale non ho capito perché fossi obbligato a passare ogni giorno in un luogo in cui nessuno sembrava interessarsi a me.

Certo, mi davano i compiti e mi davano voti, dicevano che era per il mio bene, ma… perché dovevo essere lì dentro?

Era questo che non capivo, e che anche oggi a 32 anni continuo a reputare assurdo.

Odio le forzature, odio i confini, odio chi pensa di potermi dire cosa fare solo perché ha un titolo per farlo.

E tutto questo odio, che spero tu percepisca, mi ha fatto ignorare qualcosa di molto importante, per anni: mi ha fatto ignorare quanto io fossi innamorato del puro imparare.

Per me non c’è niente di meglio, davvero.
Adoro sapere cose nuove, adoro studiare, adoro avere davanti un libro chiuso perché vuol dire che c’è tanto da scoprire.

Adoro così tanto imparare che mi sono innamorato del non sapere.

Ma ciò che mi mancava in quegli anni ormai lontani della mia formazione era il sentirmi valorizzato, il sentirmi riconosciuto non solo come allievo, ma anche come persona.

Ho dunque capito una cosa: la scuola non funziona perché manca l’elemento più importante, ovvero la relazione vera tra un Maestro ed un Allievo.

La relazione tra maestro e allievo: cosa serve davvero?

Ognuno di noi è assolutamente unico.

Abbiamo un passato, delle abitudini, delle aspettative, delle convinzioni, tutte informazioni che ci rendono speciali e irripetibili.
Eppure, accanto a questa unicità, operiamo però tutti con gli stessi meccanismi.

Il mestiere del Coach consiste nel conoscerli e sfruttarli al massimo per permettere al proprio allievo di “funzionare” meglio.

Di questi meccanismi ne esistono a decine e in ciascun articolo di questa serie te ne racconterò uno.

Ciò su cui voglio concentrarmi è adesso l’idea che all’interno della relazione tra un Maestro ed un Allievo occorra trovare il giusto equilibrio tra l’unicità di uno studente e la conoscenza degli ingranaggi che permettono a noi esseri umani di funzionare.

Ad esempio, ci sono persone che hanno bisogno di avere indicazioni precise da seguire per lavorare, mentre altre (come me) preferiscono essere lasciate libere di scegliere come svolgere un compito.
C’è chi ha bisogno di sapere che riceverà una ricompensa, mentre altre persone funzionano meglio quando sono sotto pressione.

Queste 4 opzioni rappresentano i 4 Giocatori di Bartle, ovvero un sistema di profilazione usato nel mondo della Gamificazione per comprendere le attitudini di un giocatore all’interno di un contesto ludico e che può essere usato in realtà per qualunque altra situazione possibile.

Potrei andare avanti, ma ciò su cui voglio farti riflettere è questo.
Immagina queste 4 opzioni di cui ti ho parlato e pensa a come vengono assegnati i compiti in classe ogni giorno, come  vengono gestiti voti, le interrogazioni, gli esami.

Una didattica andrebbe costruita tenendo a mente i risultati da raggiungere, è vero.
Ma il percorso per raggiungerli dovrebbe essere calibrato sui punti di forza di ciascun allievo, cercando di valorizzarne i punti di forza e le attitudini naturali, evitando di considerare i punti deboli in errori ma trasformandoli in feedback di crescita.

Coaching: può essere utile a scuola?

Sulla base di quanto scritto finora ritengo che gli insegnanti dovrebbero essere forniti di strumenti nuovi, legati alla comunicazione e alla scienza delle relazioni.

Perché il Coaching è a tutti gli effetti questo: uno strumento.

A differenza di quanto si pensi un Coach non è “solo” un motivatore: è un esperto nell’uso della tecnica di comunicazione chiamata Coaching.
Lo scopo di questo strumento è la valorizzazione dell’individuo, attraverso la costruzione di una relazione più efficiente con se stesso che passa per l’uso di una linguistica consapevole e lo studio delle meccaniche che regolano decisioni, abitudini ed impegno.

La motivazione è solo una delle strategie che possiamo usare in un percorso di coaching, insieme allo sviluppo della disciplina, la costruzione di obiettivi e la definizione di risultati e la gestione delle emozioni.

Nella relazione tra un Coach ed un Coachee, ovvero l’allievo/cliente del coach, il protagonista assoluto è quest’ultimo.
Per quanto io possa conoscere una soluzione, sarà sempre il coachee a doverla usare e dovrà quindi farla sua, pensarla, costruire le skills necessarie per massimizzare i risultati.

Da parte mia ho invece un altro compito: fornire al mio allievo gli strumenti migliori perché non si distragga e non sprechi risorse, ma punti invece al risultato usando tutte le proprie capacità e le accresca nel mentre.

Coaching individuale o di gruppo: sono solo alternative?

Questo tipo di rapporto può essere reso anche all’interno di una classe, e non si limita alla relazione one-to-one.

Il Coaching funziona infatti ovunque sia presente una relazione umana, a prescindere dal numero e dai partecipanti al “gioco”.

Perché noi esseri umani, per quanto unici, funzioniamo seguendo schemi precisi e pattern replicabili.

Agire in accordo a questi schemi ci permette di migliorare il contesto in cui agiamo e le performance dei partecipanti.

E non ho usato a caso il termine “gioco”.

Lo strumento principale che sto usando da molto tempo a questa parte prende il nome di Gamificazione, con cui si trasforma una attività umana in una sorta di gioco.
Lo scopo è annullare la noia e stimolare l’uso delle leve motivazionali naturali con cui noi esseri umani funzioniamo.

Che cos’è la Gamificazione

Questa strategia viene usata tantissimo all’interno del mondo aziendale e nel mondo dei social media.
Ha già dimostrato la sua efficienza e non ci sono più dubbi riguardo la sua utilità nella creazione di contesti comunicativi e relazionali migliori.
Perché allora a scuola non si usa e se ne parla poco?

Semplice: è un problema culturale.
Siamo abituati a pensare che la scuola sia una sorta di lavoro, anzi, di un’istituzione seria e nobile, due aggettivi che non si accompagnano mai all’idea di gioco.
Il gioco è per bambini.
Il gioco è per distrarsi, per perdere tempo, per rilassarsi.

Che è vero.
Ma il gioco è anche il momento in cui gli esseri umani sono liberi, motivati, disciplinati, collaborativi e totalmente focalizzati nel momento, con l’unico scopo di vincere e migliorarsi.

La Gamification ha dimostrato che la maggior parte delle attività da svolgere in un’azienda o nel marketing, come ad esempio la formazione, la vendita, il soddisfacimento di obiettivi, il project management e tanto altro possono ottenere benefici strepitosi se filtrati attraverso la lente del Game Design.

Quando giochiamo infatti attiviamo leve motivazionali naturali, come la competizione, il principio di conclusione, il desiderio di diventare più forti o di collaborare con qualcuno per scoprire come continua il gioco.
E lo facciamo senza ottenere davvero nulla in cambio, se non la soddisfazione personale di aver partecipato, o magari aver vinto.

Ci sono studi che dimostrano che all’interno di un gioco fatto bene persino perdere aiuta a sentirsi bene.

Possiamo forse dire lo stesso della vita di tutti i giorni?

Possiamo forse dire lo stesso di quanto accade a scuola?

Gamification ed insegnamento: se la Scuola diventa un’avventura

Torniamo ad esempio alla mia storia personale.
Mi dicevano che ero lento e ci ho creduto.
Sai perché?
Perché non sono una persona combattiva.
Se mi offendi… non me ne frega nulla.
Il mio profilo di giocatore è quello dell’Esploratore, quindi ho bisogno di essere stimolato dal gioco in sé, non da premi, punizioni, punti o sfide.

Ma magari, un altro bambino, nel sentirsi dire “Sei lento” si sarebbe attivato per dimostrare che avevano torto, studiando ed impegnandosi di più.
Semplicemente perché animato da una diversa leva motivazionale, tipica del “Killer” (che è un altro dei 4 profili).

Nella Gamificazione ne esistono 8 di motivazioni, suddivise poi in sottocategorie.
Queste 8 motivazioni vengono usate per costruire esperienze che riescano a trarre il massimo dai “giocatori”.

Esistono già esperienze, come la scuola newyorkese “Quest to learn”, che mostrano come sia possibile trasformare una didattica in una sorta di gioco di ruolo in cui gli allievi diventino protagonisti di un’avventura meravigliosa in cui le missioni sono i compiti in classe e gli esami.
Ed i risultati, come vedremo nei prossimi articoli, sono assolutamente incredibili.

Conclusione

C’è un ricordo a cui sono molto legato dei miei anni di liceo.
Spesso uscivo dalla mia classe, dicendo che dovevo andare in bagno.
Ricordo che c’era una cunetta nel muro del corridoio e mi mettevo lì dentro e tiravo fuori un libro e leggevo e studiavo da solo e sognavo.

I miei voti erano sempre altalenanti.
Non avevo molti amici.
Mi annoiavo moltissimo, tranne quando imparavo qualcosa.
Erano i momenti in cui mi sentivo più vivo.Per questo concludo sempre le mie lezioni ed i miei video con una frase.

“Grazie per aver imparato insieme a me”

Spero che con questa serie io e te potremo imparare tanto l’uno dall’altro.
Tu potrai imparare tanti nuovi strumenti con cui unire l’insegnamento ed il coaching.
Ed io imparerò nuovi metodi e strategie per migliorare il modo in cui si fa scuola oggi.

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